Sabato 14 marzo 2004
Schede: Grandi come città * Lattone e cartellino * Guardiani e ladri * Capannoni e gabinetti * La cassetta del falegname





Ai Tegli - quasi 1000 metri di altitudine - si va per mangiare polenta e castrato. In macchina -Statale 45 verso Nord, oltrepassare i Giovi e a Borgofornari prendere a sinistra e salire- Ezio mi racconta che, alla fine degli anni Trenta, lui e altri amici operai si arrampicavano fin qui con gli sci e poi scendevano "senza toglierseli" fin davanti la stazione di Busalla. Sci efficienti perché, con i suoi amici, aveva imparato l'arte di metterci le lamine; le costruivano loro, in officina. Lo sci, con attrezzature d'avanguardia, sport proletario? Il museo dell'operaio e lo sport: c'entreranno?
Ezio ha un'idea abbastanza precisa di cosa sia un museo. Da giovane ha visto il Museo di Storia naturale a Genova. In seguito, dagli anni Sessanta, ne ha visto altri. Ricorda, ad Amsterdam, il museo con la raccolta delle opere di Van Gogh e, a Lione, il Museo del costume. Anche Ugo ha visitato diversi musei e non solo in Italia. Degli altri, anche se li frequento da anni, non so. Nei nostri incontri non si parla mai delle rispettive famiglie, mogli, figli, genitori; neppure dei tempi andati, della giovinezza, di come passano le ferie o se sono mai andati in un museo. Invece si parla del presente, di fatti di cronaca e, si capisce, della fabbrica. Anche di politica, ma con distacco. Quasi tutti hanno alle spalle una militanza nel Partito comunista che però non hanno seguito nelle successive trasformazioni. Alcuni - pochi - hanno aderito a formazioni nate da quel partito e per questo sono bersaglio di battute. Le organizzazioni della sinistra attuale sono per lo più giudicate inconsistenti; cartelli elettorali, dicono. Sanno di aver vissuto un momento storico in cui i partiti sono stati importanti; molti di loro hanno partecipato, a partire dal Sessantotto, alla "contestazione", la stagione delle assemblee spontanee, dei comitati di reparto, della critica di partiti e sindacati.
Altri tempi. "Oggi con chi vuoi prendertela", dice Paolo, storico militante comunista - a lui però la definizione non piacerebbe - che ha dato molto alla contestazione del '68 e '69. "I luoghi dove far valere le tue ragioni, discutere, scontrarsi, non ci sono più. Solo uffici, servizi: del sindacato, del comune, del padrone, del comitato elettorale. Protesti? Ecco che loro fanno l'ufficio proteste... No, niente politica; sono solo interessati al tuo voto". Lo dice senza malanimo. Per lui e altri combattere ha significato migliorare la propria vita specialmente perché la lotta ne ha accresciuto la dignità. A loro è servito. Ma sono consapevoli dei cambiamenti intervenuti e non si stupiscono se altri oggi la pensano diversamente. "Oggi uno che vuole contestare questo sistema ha il suo da fare. Ce l'ha con tutti perchè sente che dalla sua parte non c'è nessuno. Almeno nessuno di quelli che contano, che scrive sui giornali, che ha la televisione, che ti chiede il voto".
Riferisco le battute di Paolo perchè restituiscono in parte il clima dei nostri incontri che da una parte è allegro, ricco di provocazioni, aperto al grottesco. Ma non esclude scambi condotti su un registro "serio", distinto da quello festacchioso della tavolata. Quanto al mangiare, quasi nessuno si tira indietro. Col passare degli anni s'è manifestata qualche cautela in più solo verso il fumo.
Oggi è stato necessario arrivare al caffé prima che qualcuno si decidesse a tirare fuori il rospo del museo. Da certe parole lasciate cadere prima di metterci a tavola ho capito che qualche pensiero ce l'avevano dedicato ma nessuno voleva darlo a vedere o fare la prima mossa. A sorpresa Ugo, seduto di fronte a me, ha messo la mano in tasca e ha tirato fuori uno scatolino di ottone. "Ecco, ha detto appoggiandolo sul tavolo, una cosa così è giusta per il tuo museo?" Ha detto "tuo" con una intenzione benevola ma che lascia intendere come consideri il progetto un omaggio personale a me. Ho incassato. Ugo non ha portato il promesso elenco di oggetti ma proprio un oggetto, la scatolina, che subito comincia a passare di mano in mano. Solo 4 o 5 sanno di cosa si tratta. "Ma l'è u lattun", dice uno di loro. E, sempre in dialetto, ha aggiunto "però questa è roba da portuali non da operai". E' seguita una discussione in cui quasi tutti han messo bocca. La scatolina, il "lattone" (9 per 6 cm, altezza 3 mm) - ho chiesto a Ezio di disegnarla - apparteneva al padre di Ugo, Andrea detto Dria, portuale del ramo carboni, morto in un incidente sul lavoro nel 1953, a 59 anni, mentre lavorava in una stiva. All'interno, applicata in modo sommario, c'è una sorta di carta di identità: dati anagrafici, foto, compagnia portuale di appartenenza. Il lattone era il punto di arrivo della carriera del portuale: gli veniva consegnato quando, dopo mesi di avventiziato, a volte anni, entrava a far parte di una compagnia. Dria lo aveva ottenuto dopo una lunga frequentazione delle calate. Il lattone non era solo la carta di ingresso ai varchi del porto e la prova dell'appartenenza stabile ad una compagnia: voleva dire avere lavoro anche quando in porto ce n'era poco e, a volte, la possibilità di scegliere un turno o la nave da scaricare. Solo col lattone in tasca Dria si era deciso per il matrimonio da dove era nato Ugo. "Il lattone era il punto di partenza ma anche di arrivo; tutto. Per mio padre ce ne cresceva. Nessuno allora pensava di fare carriera. E quale poi? Magari quelli più vecchi riuscivano a farsi dare i lavori più leggeri ma lui non ha fatto a tempo".
Finita la curiosità per lo scatolino la convinzione generale è che il lattone col nostro museo non c'entri proprio. Intanto perché è una cosa di portuali e guai a confondere i portuali con gli operai. Poi perché - ma questo resta sottinteso - i portuali sono giudicati sbruffoni senza mestiere; quindi il contrario degli operai. Infine si pensa che il porto, almeno quello del padre di Ugo, aveva poco da spartire con la fabbrica perché i portuali andavano a lavorare quando c'era il lavoro e il lavoro se lo organizzavano loro. Che è l'opposto di quello che succede in uno stabilimento. D'accordo: anche in fabbrica c'era qualcosa del genere del lattone - prima la medaglia e poi il cartellino - ma l'analogia finiva lì. La medaglia - stava in portineria e tra i commensali solo un paio hanno fatto in tempo a vederla - aveva la forma tonda di un medaglione con sopra in rilievo la matricola dell'operaio e, in alto, un buco per poterla infilare su una punta apposita. Come in seguito si è fatto col cartellino che, dopo averlo timbrato, era trasferito da un quadro all'altro, così si faceva con la medaglia. Che passava al quadro dei presenti senza, ovviamente, il particolare della timbratura.
Mentre se ne parla riesco finalmente a capire il significato di un documento della Questura relativo alle proteste operaie avvenute, a Genova, tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, in piena occupazione tedesca. Cose che studiavo anni fa. Gli operai scelti dai compagni per portare di fronte alle direzioni le richieste salariali, parlavano "in ordine di medaglia". Intendevano così evitare ritorsioni e far intendere che a parlare non erano i capi della rivolta ma chi, casualmente, in quella delegazione aveva volta a volta il numero più basso o più alto.
Parole: medaglia, cartellino, orologio per timbrare, portineria, guardiani, controllo, perquisizione e "l'imparziale". Se l'imparziale - un meccanismo il cui il nome voleva sottolineare la neutralità - suonava al passaggio di un operaio, seguiva la perquisizione. I guardiani avevano il potere di controllo su tutta l'area interna alla fabbrica che percorrevano in bicicletta. Per gli operai scoperti fuori del loro reparto senza autorizzazione c'era il rapporto. Così fino al 1970 quando era entrato in vigore lo Statuto dei lavoratori.
Con guardiani e controllo entra nella conversazione anche la parola furto e, con alcune altre precisazioni, la parola spia. Le osservazioni e i ricordi personali tratteggiano la fabbrica come un territorio, chiuso da ogni parte, presidiato ai varchi da uomini che anche all'apparenza risultavano sgradevoli. Tra le parole usate per definirli: "ceffi" e "marmaglia". Elio racconta della vendetta contro uno di questi personaggi, un capo dei guardiani che era stato "un mezzo direttore" del penitenziario di Portolongone. Aveva una gamba di legno ma di notte saliva egualmente sui tetti dei capannoni e da lassù, nella parte coperta dai vetri che servivano per la luce diurna, spiava: quello che approfittava per farsi la pisa, quello che leggeva il giornale mentre la macchina andava e così via. Poi fioccavano i rapporti. Ma una volta, di notte, in caldereria dove si era fermato a scaldarsi vicino ad una forgia, era stato lui ad appisolarsi. Da seduto, spesso, si toglieva la gamba di legno che gli doleva: era stato facile mettergliela nel fuoco. C'era stata una inchiesta, i carabinieri e il resto. Ma nessuno aveva parlato e poco dopo lui se n'era partito.
Elio è un grande raccontatore di barzellette e la storia della gamba di legno che finisce nel fuoco della forgia produce grandi risate. Vera o no è una di quelle storie che ricompensa delle paure e delle vessazioni subite.
Il furto è invece un argomento che produce imbarazzo. C'è chi lo confina a situazioni marginali, quasi folkloristiche, chi dichiara di non sapere o racconta un caso curioso, che fa ridere ma non lascia capire dove e quando sia avvenuto. Fino agli anni Sessanta, dice qualcuno, la paga era così miserabile che il furto poteva anche starci. Avvalora così le motivazioni sociali del gesto. "Forse, poteva anche starci , ma solo per gli altri - dice Ezio - invece per il compagno mai". Guai farsi trovare in difetto o non essere un modello di comportamento. Tanto che ricorda un solo caso al Cantiere di un compagno sorpreso con addosso "una stupidaggine". Oltre a essere punito dall'azienda, era anche stato processato a lungo dai suoi che ritenevano il fatto incomprensibile - "ma come t'è venuto in mente? Ti sentivi male?" e così via. Se ne era parlato per anni.
Il furto riguardava in genere i materiali più pregiati, rame, stagno, ma anche materiali di scarso valore. Tutti concordano che i sentimenti principali alla base del furto siano due: una sorta di risarcimento per la miseria con cui si viene retribuiti e l'impressione di abbondanza e specialmente di spreco che colpisce chi lavora in un qualsiasi reparto. Fatti di fronte ai quali qualsiasi prelievo appare irrilevante e quindi giustificabile. Infine - e non priva di peso - c'è la gara di abilità: farcela a portar fuori roba a dispetto della vigilanza. Una sorta di confronto sportivo con cui l'operaio afferma la sua superiorità sull'organizzazione di controllo. Un confronto pericoloso perché almeno fino alla fine degli anni Sessanta per quelli sorpresi a rubare c'era il licenziamento in tronco e la perdita della liquidazione "anche se lavoravi lì da 20 0 30 anni; e ti dicevano che erano buoni perché non ti denunciavano". Poi le cose sono cambiate. Elio che nei primi anni Settanta è uscito dalla fabbrica per andare a fare il sindacalista degli alimentaristi dice che il furto è una specie di malattia. Ha visto fabbrichette dove, malgrado condizioni economiche favorevoli, la pratica del furto era massiccia, continuata. Più volte si era confrontato duramente con operai e membri del consiglio di fabbrica che ritenevano che il sindacato dovesse comunque impegnarsi nella difesa dei "pizzicati". " Voi siete scemi" gli diceva; ma non li aveva mai convinti.
Le storie dei furti degli "alimentaristi" ha allontanato le ombre dagli elettromeccanici e riportato il buonumore. Ezio che per tutti gli anni Cinquanta ha lavorato al Cantiere in un reparto di falegnami, propone una relazione tra furto, gruppo professionale e coscienza di classe. I falegnami del cantiere, alcune centinaia, erano per lo più artigiani che stretti dalla necessità avevano scelto di fare l'operaio pur continuando a fare il falegname in casa propria o in qualche bottega. Erano quindi interessati ai materiali normalmente in uso nel reparto e qui i furti non erano rari. La vigilanza lo sapeva e aveva propri sistemi per controllarli. A volte quello che era stato sorpreso si piegava a fare la spia. La perquisizione avveniva in un locale appartato e nessuno sapeva chi era stato pizzicato. Che nessuno venisse a saperlo era un vantaggio sia per l'interessato sia per l'azienda. "Poteva succedere che chi entrava sporco uscisse pulito; solo che per farti perdonare dovevi patteggiare". Ma se c'era anche solo il sospetto, ha aggiunto Ezio, "li tenevamo d'occhio".
C'entrano tutte ste storie di furti, spie e guardiani con il nostro museo? La domanda, al solito, l'ha fatta Lino. Nel silenzio generale che ne è seguito, Ugo, efficacemente, ha preso la mia parte, in dialetto. "Lo vedi lo stabilimento - ha detto a Lino - il cancello e quelli lì che giravano con la bicicletta, che ogni volta che mettevi il naso fuori del reparto ce li avevi alla schiena? E lo vedi, nel reparto, quello che diceva al capo a che ora quella mattina avevi cominciato a far andare la macchina? E, all'uscita, quell'affare che suonava quando passavi e che pensavamo che fossero loro a farlo squillare? Ben, se il museo parla di noi allora questa è tutta roba che ci va. A suttumisciun; che nu ti puevi tià in sciou che ti l'aveivi addossu (la sottomissione, il non poter tirare un respiro senza averli addosso). Diversamente cosa servirebbe farlo?".
Ugo ha detto bene ma Lino non molla: "mi sun d'accordiu ma alua ghe vurieva in cine...". Tutti ridiamo perché sappiamo del suo debole per il cinema. Ha fatto la comparsa ne "Le mura di Malapaga" di Clement, girato a Genova nel 1949, con protagonista Jean Gabin. "Gli avevo anche parlato ma alla fine non siamo riusciti a metterci d'accordo" dice afflitto. Così aveva finito per fare l'operaio.
Stiamo per scioglierci quando Ezio, sollecitato da me, appoggia sul tavolo alcuni fogli portati da casa dove compaiono disegni di fabbriche. Sono fabbriche grandi come città, capannoni e gabinetti, in particolare quelli usati dagli operai del Cantiere che lavoravano alla nave sullo scalo. Gabinetti in fila, appoggiati sul fianco esterno del capannone. "Avevano la porta come i saloon dei film western, solo invece di due ante ce n'era una sola. Stretti, scomodi, i vetri del finestrino rotti, la porta senza chiusura. Così piccola che da fuori si vedeva - da sopra o da sotto, è lo stesso - quello che stava lì dentro che magari non perdesse tempo o leggesse. Che poi era una cosa difficile anche perché il getto d'acqua era automatico e se non stavi attento ti faceva anche il bidé".
I disegni passano di mano in mano, ammirati dai presenti, tutti d'accordo a dire che i cessi erano uno dei principali oggetti attorno a cui si affannava la vigilanza interna. Forse perché era l'unico luogo appartato dove poter stare in pace 5 minuti. Si conviene: i cessi dovranno avere nel museo un rilievo adeguato alla loro importanza.
Ezio ha dedicato uno dei disegni al falegname del Cantiere e alla sua cassetta degli attrezzi; erano almeno una quarantina e il peso della cassetta si aggirava attorno ai 10 kg. Una vera officina mobile che seguiva il falegname qua e là sulla nave e che a fine turno veniva abbandonata, chiusa con un lucchetto, sul posto di lavoro. Nessuno l'ha detto ma tutti l'hanno pensato: la cassetta, una vera o quella disegnata ancora non si sa, occuperà di sicuro una stanza del nostro museo immaginario.
Il gruppo dei meccanici osserva compunto ma anche un po' ironico. Niente di confrontabile con i loro ferri che alla sera venivano riposti nello stipetto. Pochi ed essenziali ma non meno importanti. "Loro - così Lino indica i carpentieri in legno - vanno a centimetri mentre noi a millimetri; loro usano il metro, noi il regolo". Come dire che tra i centimetri del falegname e i millimetri del meccanico è facile capire da che parte penda la bilancia della qualità. Esagera ma nessuno lo corregge.
Ezio ripete che in cantiere quel falegname che girava con la valigia, e che poteva apparire l'archetipo dell'operaio di mestiere, non godeva di particolare stima. Artigiano, individualista, spesso con un secondo lavoro, tendenzialmente crumiro e quindi scarso di coscienza di classe, il falegname contribuiva non poco ad abbattere la percentuale degli scioperanti e degli iscritti al sindacato e al partito tanto che molti dubitavano che potesse essere considerato parte della classe operaia.


Manlio Calegari

Il Museo degli Operai


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